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Ieri a Melfi, per il congresso cittadino del Partito Democratico. Una tappa importante in una città che ha sempre dato molto al centrosinistra lucano, in termini di partecipazione, classe dirigente, qualità della discussione politica.
Auguri di buon lavoro a @marco_zampino , nuovo segretario. Al PD servono organizzazione solida, pensiero capace di leggere la realtà e trasformarla in proposta, e una squadra plurale, generosa, radicata nelle vite delle nostre comunità.
È da luoghi come questo che può ripartire un partito utile. Alla Basilicata e al futuro del centrosinistra.
Tre morti sul lavoro in poche ore. A Molino di Campagna, a Sant’Antonio Abate, sull’autostrada vicino Orvieto. Avevano ventidue, cinquantuno, trentotto anni. Non sono numeri. Sono vite spezzate da un sistema che continua a considerare la sicurezza un costo e non un diritto.
Di fronte a tutto questo, non basta più l’indignazione a ogni tragedia. Servono risposte. Servono azioni concrete. Assunzioni negli organi ispettivi, controlli più severi, più formazione, più responsabilità per chi assume. E soprattutto serve un argine netto alla precarietà e ai subappalti a catena che moltiplicano i rischi e scaricano sempre tutto sull’anello più debole.
Il lavoro deve essere dignità, non condanna. E la sicurezza non può continuare a essere il punto cieco della politica. Non ci stiamo più a definire “incidenti” ciò che è ormai parte di un drammatico bollettino quotidiano. Fermare questa strage deve essere una priorità assoluta. Per tutti.
In poche ore, più di 500 morti a Gaza. Tra loro, tantissimi bambini. Un massacro senza fine che si consuma sotto gli occhi del mondo, mentre l’esercito israeliano annuncia una nuova operazione di terra e il ministro della Difesa dichiara: “Andatevene o vi distruggeremo”. Parole terribili, che segnano il crollo di ogni limite.
Francia, Germania e Regno Unito hanno rotto il silenzio, parlando apertamente di indignazione e chiedendo uno stop all’orrore. L’Italia invece tace. Non è più solo assenza: è un silenzio che pesa, che urla l’indifferenza di chi dovrebbe esporsi.
Abbiamo il dovere di prendere posizione. Il nostro Paese non può continuare a guardare altrove mentre si consumano tragedie che interrogano l’umanità intera. Serve una voce chiara, un’iniziativa forte, un impegno diplomatico concreto per fermare questa carneficina. Tacere, oggi, significa rinunciare tanto alla nostra storia quanto alle nostre responsabilità.
Ieri, alla Camera, Giorgia Meloni ha sferrato un attacco grave e indegno al Manifesto di Ventotene, distorcendone in modo strumentale e grossolano i contenuti per far passare una visione piccola, meschina e regressiva dell’Europa.
Il Manifesto di Ventotene, scritto da Spinelli, Rossi e Colorni nelle carceri fasciste, è un testo fondativo che parla di libertà, democrazia, giustizia sociale e superamento dei nazionalismi. L’idea federalista che contiene rappresenta da decenni il cuore pulsante dell’Europa, il progetto di una comunità democratica e solidale, capace di garantire pace e progresso ai popoli dopo gli orrori del fascismo e della guerra.
Manipolare quelle parole, come ha fatto Meloni, per ridurle a una caricatura anti-europea è una scelta irresponsabile e pericolosa. Non solo una provocazione, ma un chiaro segnale politico: vuole riportare indietro le lancette della storia, consegnando l’Europa agli egoismi nazionali, al populismo e al sovranismo che hanno generato solo conflitti e divisioni.
Questo attacco non può essere ignorato né sottovalutato. Di fronte a questa deriva reazionaria, abbiamo il dovere di ribadire con ancora più forza il valore e l’attualità di Ventotene, l’unico progetto davvero in grado di unire i popoli europei e di difendere la libertà, la giustizia e la democrazia.
Contro la propaganda e la superficialità di Meloni, difendiamo l’Europa di Ventotene. Oggi più che mai. È lì che vive l’Europa che vogliamo.
Grazie a @fornaro62 per la nettezza e il coraggio delle sue parole. La sceneggiata di Giorgia Meloni è indegna del suo ruolo e della nostra democrazia: un oltraggio volgare al Manifesto di Ventotene, ai valori dell’Europa libera e a chi si è battuto per donarci un futuro di pace e unità. Una vergogna.
Oggi è un altro anno insieme, con te che sei la mia compagna, la mia anima gemella, la mia migliore amica. Ogni giorno, la scelta più bella. Ti amo, @elleidia.
Donald Trump ha condiviso un video generato dall’intelligenza artificiale in cui Gaza, oggi ridotta in macerie, diventa una sorta di Las Vegas sul mare. Un delirio di statue dorate, grattacieli, soldi che piovono dal cielo, balli e feste.
E lui, a bordo piscina con Netanyahu, sorseggia un drink mentre, tra le immagini, compare un bambino che stringe un palloncino gonfiabile con la sua testa. Nella realtà, a Gaza, i bambini muoiono sotto le bombe e per la fame.
Questa non è solo propaganda. È un insulto. È la trasformazione di una tragedia umanitaria in una farsa oscena. Gaza non è una terra di conquista su cui progettare speculazioni immobiliari, ma un luogo dove oggi si muore di fame, sotto le bombe, senza acqua, senza ospedali. La realtà è fatta di macerie e disperazione, non di resort e casinò.
Ma il punto non è solo Trump. Il punto è il messaggio che questa destra globale vuole imporre al mondo: la guerra diventa un business, la sofferenza un dettaglio, il potere una sceneggiatura da social network.
Di fronte a questo orrore, il silenzio non è un’opzione. Il Governo italiano e l’Europa abbiano la dignità di prendere le distanze. Tacere significa accettare che la politica sia ridotta a questo: un gioco cinico sulla pelle di chi non ha voce.
Aldo Tortorella è stato molto più di un protagonista della storia della sinistra italiana. Partigiano, dirigente politico, intellettuale raffinato, ha attraversato le grandi battaglie del Novecento con una coerenza e una lucidità straordinarie, sempre dalla parte della giustizia sociale, del lavoro, della democrazia.
Fino all’ultimo, la sua analisi della politica e della società è rimasta incredibilmente attuale, capace di leggere il presente e di interrogare il futuro con un’acutezza rara.
Ho avuto il privilegio di conoscerlo grazie a @scottoarturo , da segretario del Movimento Giovanile della Sinistra, in un’iniziativa su Enrico Berlinguer, durante gli anni del Covid. Ricordo che mi colpì molto il modo in cui raccontava la politica: mai astratta, ma sempre un’azione concreta e legata alla realtà. Non c’era nostalgia nelle sue parole, ma la consapevolezza che le grandi questioni della sinistra – la difesa della democrazia, la lotta alle disuguaglianze, il rapporto tra rappresentanza e partecipazione – restano sempre attuali e richiedono nuove risposte.
Ci lascia un uomo che non ha mai smesso di pensare, di interrogarsi, di discutere. Che fino all’ultimo ha creduto nella politica come strumento per cambiare il mondo. Il suo esempio, la sua intelligenza critica e il suo rigore resteranno un patrimonio prezioso per chiunque voglia costruire un’Italia più giusta.
Dieci anni a difesa dell’unità nazionale e della Costituzione. Grazie, Presidente.
Oggi è la Giornata della Memoria, il giorno in cui ricordiamo la liberazione di Auschwitz e il volto più atroce della storia.
Oggi più che mai il richiamo della memoria non è solo un esercizio del passato, ma un impegno verso il presente e il futuro. È il nostro modo di dire che non cederemo mai all’odio, all’indifferenza, alla disumanità.
Non possiamo permettere che l’odio trovi nuove forme o che la storia venga dimenticata. Ricordare significa difendere quotidianamente i valori di pace e democrazia e ribadire, con forza: mai più.
Dopo mesi di orrore, arriva finalmente una tregua. Non è ancora la pace, ma se la pace si costruisce a piccoli passi, questo è certamente il primo, e dobbiamo fare in modo che non vada sprecato.
Questo è il momento della politica, della comunità internazionale, dell’Europa. Servono responsabilità, coraggio e visione per trasformare una sospensione temporanea in un cammino concreto che metta fine al ciclo di distruzione e morte. Nessuno può permettersi di lasciar sfumare questa opportunità, perché ogni giorno che passa rischia di riportarci indietro, al buio della guerra.
La pace non è solo un’opzione tra le tante: è sempre l’unica strada giusta.
Tre pensieri per il 2025.
La pace. Le immagini di guerra che hanno segnato il 2024, da Gaza all’Ucraina, sono un monito drammatico. Non c’è futuro senza pace, e la pace non arriva da sola: si costruisce con la politica, il dialogo e il coraggio di scegliere la via della cooperazione. Il 2025 deve essere l’anno in cui la politica, in Italia e nel mondo, torni a lavorare per un orizzonte di pace.
L’Italia. Dopo due anni di governo Meloni, il nostro Paese è più fragile. Tante promesse, pochi risultati: la crescita è ferma, il welfare viene smantellato, le disuguaglianze aumentano. Il 2025 deve essere l’anno in cui dare forza e forma ad un’alternativa vera, concreta, capace di affrontare le vere priorità degli italiani. Non c’è più tempo da perdere.
La Basilicata. Il 2024 ha visto riconfermato un governo regionale incapace di rispondere alle sfide che ci attendono. Il 2025 deve essere l’anno della ricostruzione: di una politica forte, radicata, capace di affrontare i problemi reali, con la testa sulle questioni di merito e i piedi ben piantati nel territorio e nella società.
Il 2024 è stato un anno di prove ma anche di grandi insegnamenti. Grazie a chi c`è stato.
Buon anno a tutte e a tutti.
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